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“‘U salùni”, la bottega del barbiere, costituiva uno spazio sociale importante, perché era luogo di iniziazione dei giovani al mondo degli adulti e di integrazione degli stessi a tale mondo. Era punto di confluenza e di ritrovo. La bottega era così arredata: due poltrone con poggiatesta per eseguire il lavoro (barba, capelli), specchi rettangolari sopra lavandini bianchi, sedie per l’attesa, calendari, spesso con immagini erotiche, un attaccapanni. Vi lavoravano due persone, il proprietario e un apprendista. Ci si andava durante il giorno, ma soprattutto, verso il tramonto. Andavano uomini, giovani, ragazzi, marittimi, impiegati, studenti, lavoratori. Ci si andava senza bisogno di alcuna motivazione; si entrava, si salutava e ci si sedeva. Si parlava di politica, di navi, ma si poteva anche non parlare, stando insieme, scambiando soltanto qualche parola ogni tanto. Si poteva restare a lungo, ma anche pochi minuti. Questo era lo spazio del riposo, della pausa, della sospensione dalla tensione del lavoro. In questo posto ci si fermava, qui era possibile il silenzio e il silenzio come la parola significava ritrovarsi nel noto. Era, anche per i giovani, l’incontro di esperienze diverse; ascoltavano i naviganti parlare dei loro viaggi lontani, di un mondo di cui studenti e impiegati non avevano mai fatto parte, preferivano, però, anche tacere, così imparavano a stare tra uomini. Qui era facile l’ironia, lo scherzo tra giovani e adulti; si inventavano soprannomi, si parlava di sesso, veniva passato al setaccio tutto il paese nei suoi avvenimenti buoni e cattivi. Si sapeva in anticipo tutto su tutti: chi era morto, chi si sposava, chi era scappato in fuga galante e, inoltre, circolavano notizie ovattate sui tradimenti più segreti.
Si parlava di spiriti ritornati nel mondo dei vivi, apparsi nei crocicchi delle strade. Che paura, dopo questi racconti, per i ragazzi, tornare a casa da soli! La barba, sotto arnesi rudimentali, rasoio, lamette di solito arrugginite, finiva spesso in tagli o graffi. Il malcapitato sembrava alla fine Kocìss, il capo pellirosse, tatuato come usava fare nel momento in cui si apprestava a muovere guerra ai suoi nemici. Il taglio dei capelli ai bambini era uno strazio, sotto lacrime che scendevano a fontana, ingoiate miste a capelli. La macchinetta del rasoio andava a zig-zag creando sulla testa solchi e risvegliando i pidocchi da un letargo appagato, in mezzo a capelli che da mesi e mesi non venivano lavati. Il rasoio faceva il resto; tagli e “graccinati” (graffi) venivano coperti da abbondanti spolverate di borotalco. Quando il ragazzo, così conciato, usciva dalla bottega, spesso veniva apostrofato dai compagni: “Cu ti scannàu?”. Alla fine dell’anno il proprietario della bottega regalava piccoli calendari profumati che raffiguravano belle ragazze in costume da bagno. Calendari che gli uomini tenevano per tutto l’anno nascosti nel taschino della giacca con tutti i loro sogni assopiti, animati all’ombra di palmeti altissimi, a ridosso di spiagge esotiche dove uomini e donne si abbandonavano ai loro amplessi amorosi. Nella bottega, spesso, al barbiere chitanista si univano amici anche essi suonatori di vari strumenti. Si assisteva, così, a concerti accorati e romantici. Se qualcuno aveva bisogno di fare una serenata alla “bella”, chiamava il barbiere, sempre lieto di prestarsi neW accompagnare lo spasimante sotto il balcone della ragazza. Se il barbiere non era dotato di una bella voce, si prestava qualche altro amico “alla bisogna”. E nella notte. le canzoni si levavano, dolci e ammaliatrici, creando un’atmosfera ricca di fascino romantico. Le parole e musiche di quelle canzoni, erano create proprio per suscitare quelle particolari atmosfere che ora sarebbero irripetibili. |