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Un tempo c’erano le “prefiche”, dette “ciangiulìni” le quali, a pagamento, scioglievano i lunghi capelli e piangevano alternando le lodi dell’estinto con singhiozzi e grida. Esse si trovavano soprattutto a Pizzo, tanto che ancora oggi il popolo dice: “Ngi volarènu deci pizzitani a pagamendu mu ti ciàngiunu”. Arte che i pizzitani ereditarono, ma che già era in uso sin dai tempi remoti presso i seguenti popoli della fascia mediterranea: Egiziani, Greci, Spagnoli, Israeliani, Albanesi, Siriani, Fenici, Palestinesi, Corsi, Campani, Lucani e Càlabri. A seconda, infatti, dei luoghi, le donne, chiamate a cantare la bara e l’elogio del morto, venivano indicate con vari nomi: Repitatrici, Computatrici, Voceratrici. Vari sono anche i nomi con i quali vengono indicati i canti: Rèpitu, Tribolo, Naccarato, Titio.
Le prefiche prezzolate parlavano in nome dei parenti intimi e rievocavano i fatti più salienti o più commoventi della vita del defunto.”‘I ciangiulini” venivano ricompensate con doni o con denaro. I canti venivano generalmente eseguiti nelle case dei popolani, dove l’estinto aveva lasciato un gran vuoto in seno alla famiglia; meno frequenti erano invece nelle case di personaggi illustri. A volte il ruolo di prefica veniva assunto direttamente dalla vedova, dalla figlia, dalla madre, o da un’altra persona intima del defunto, o una donna del luogo adusa a queste prestazioni. Le prefiche si preparavano alle loro funzioni sciogliendosi i capelli sulle spalle e sul petto con gesti mimici e gridando ad alta voce, prima si “forijavanu” (gesta di disperazione) da sembrare invasate a guisa delle baccanti (sacerdotesse invasate e agitate da Dionisio), poi tessevano, potremmo dire, l’elogio funebre tra canto, lamenti ed alte grida di disperazione.
Anticamente le prefiche non si limitavano al solo piangere e lodare il defunto, ma si accompagnavano al suono della tibia ed, in Sicilia, con il timpano e la cetra saltando intorno alla bara.
Citiamo alcune frasi che spesso le donne di Pizzo intercalavano tra un lamento, un pianto, un singhiozzo. “Volasti comu ‘n’‘acèjù “, “ti ndi jìsti ‘a ‘na volàta”, “si sbacandàu ‘na casa”.
Nel “rèpitu” la vedova così si rivolgeva al marito: “Cumandandi”, “Principi”, “Culonna”, “Cosa ‘randi”, Cumbagnu mio, tu ti scordasti di tutti!” E la figlia “Patrima; comu fu ca mi dassasti a ‘na vota?”. E la madre:
“Fìgghjuma, rispundi a mammata ‘n’atra vota sula!” Spesso questi canti sfociavano in manifestazioni isteriche; le donne si gettavano a terra e si graffiavano il viso fino a farlo sanguinare; usanze di Pizzo ad imitazione delle tragedie greche o dei personaggi di Omero.
A Pizzo la funzione delle prefiche seguiva e segue ancora l’iter antico dei funerali: accompagnare il morto fino all’ultima dimora. Le donne del nostro paese quasi come Andromaca che pianse a dirotto ed in modo inconsolabile la morte del caro e mitico Ettore, piangevano allo stesso modo la morte del loro congiunto, per esse padrone della casa e dei beni, eroe della vita e del lavoro. La moglie, rispetto a lui, era in condizione d’inferiorità e di dipendenza. Per non parlare delle tragedie sul mare; infatti a Pizzo toccavano l’apice della disperazione; in tal caso, le urla delle donne sembravano squarciare il cielo, come se volessero scuotere le stesse onde, aprire il petto per infilarsi nelle pieghe più recondite dell’animo e li impietrirsi per anni e anni. Un esempio dell’identità intrinseca e formale ditali funebri cantilene è dato dal riscontro di un frammento raccolto dal Conte Vito Capialbi nel 1847 in Pizzo che dice: “Dundi vinni ‘stu nùvulu? Vinni l’autu mari: trasiu di la finestra e ruppìu lu spicchjàli” !
I canti delle prefiche non seguono nessuna rima, ma sono di particolare interesse per la bellezza e vigorosità delle immagini, per la profondità dei sentimenti e per le espressioni di crudo realismo istantaneo. Le vedove per distinguersi portavano le trecce sulla testa e, anche dopo due, tre anni dalla morte del caro estinto, per far vedere che in quella casa c’era lutto, durante lo svolgimento di qualsiasi processione religiosa, si tiravano i capelli. Quello che i canti funebri, sia in Calabria come in Sicilia, hanno in comune, è l’assoluta mancanza di sentimento religioso. Perchè questa mancanza di religione? Il popoio crede fermamente che la morte è voluta da Dio, quindi, in quei momenti dolorosi, il cuore e la parola corrono piuttosto alla imprecazione che alla preghiera.
Dante ci è testimone che ai suoi tempi, a Firenze, si teneva il lutto come oggi si usa in Calabria. Egli racconta d’avere visto in sogno il corpo di una giovinetta «giacere senza anima in mezzo di molte donne, le quali piangevano assai pietosamente». A Roma le leggi delle Dodici Tavole proibirono alle donne di graffiarsi la faccia e stracciarsi i capelli. Contro di loro si è fieramente scagliato anche Giovanni Crisostomo in una Omelia e la chiesa le condannò e le scomunicò nei concilii Nemosiense del 1298 e Marciacense del 1326. E, come dice il Lumini, “le prefiche dunque ebbero a sostenere colla chiesa la stessa lotta che i mimi, ma, come questi, riuscirono a penetrare nei misteri (rappresentazione scenica di soggetto sacro, di solito in volgare) e li trasformarono in commedia, e, spesso in farse, così le “repitatrici” resistettero e vinsero; e se dipoi mancarono, ciò non avvenne per guerre loro mosse, ma pel cangiare dei costumi”.
Nè riuscì a ridurle al silenzio il grande e terribile Innocenzo III che, sottomessa all’autorità papale tutta l’Europa scomunicando l’incipiente libertà inglese, non riuscì a sottomettere le prefiche ai decreti dei concilii.
Nè più fortunate delle ecclesiastiche furono le podestà civili. Re Federico III minacciò di frusta le donne che seguissero il feretro urlando e strepitando; ebbene, quando egli morì, lo piansero e lo accompagnarono al sepolcro le repitatrici più note!
In modo molto clamoroso piangevano anni fa le repitatrici di Pizzo, tanto che attirarono su di loro la collera dell’autorità municipale.
Nel 1875, infatti, il sindaco di allora Comm. Marcello Salomone pensò di ridurle al silenzio con un’ordinanza che vietava tali manifestazioni. Ma anche il suo tentativo fu vano poiché le “ciangiulini “ a Pizzo perdurarono fino alla metà degli anni cinquanta.
Fissiamo, dunque, ricordo dei loro canti prima che si disperdano irreparabilmente e vadano perduti i concetti, le immagini, le similitudini generali ed indefinite di ciò che costituiva l’uso della “conclamatio” napitina. Bello nella sua tetraggine è questo canto di Pizzo edito dal Mele, nel quale parla un giovane marito, morto di recente, che si rivolge nell’oltretomba al padre.

  1. Chi havi ‘sta casa e tràntula,
  2. Trantulannu li mura;
  3. Ma dimmi: pecchì tràntula?
  4. Ca nesci lu patruni.
  5. O spusa scundendissima,
  6. Tu angora no t’adduni,
  7. ca spùsata nescìu
  8. E sindi jìu a voluni,
  9. Veni, si mi vòi vidìri,
  10. Longa non è la via,
  11. Veni a la chjesa vidimi,
  12. Ca chija è casa mia.
  13. Io chi ngi fici a spùsama
  14. Chi fora mi cacciau?
  15. Li beji occhji mi chjusi,
  16. La vucca mi serràu.
  17. Poi n’atra mi ndi fici,
  18. Li mortòri mi sonàu,
  19. E’ n’atra mi ndi fici,
  20. Li prèviti avvisàu.
  21. Poi tutti cu mmia vinnaru!
  22. Poi sulu mi dassàu!
  23. Ma jà mi nescìu pàtrima,
  24. E mbucca mi vasàu.
  25. Iju si vota e dissi;
  26. Figghju, cu ti mandàu
  27. Patri, mi manda spùsama;
  28. ma ija no curpau.
  29. Figghju, non era tembu,
  30. Gioia! Di riposari.
  31. Patri, si non è tempu,
  32. Io mi ndi vo’ tornari,
  33. Pemmu cunzulu spùsama,
  34. E tutta la jania.
  35. Figghju, mo chi bbenisti
  36. Non ti ndi poi tornari,
  37. Jettati ‘nd’a st’abbissu
  38. Cu l’atri morti amari.
  39. Assai ndi trovi giuvani,
  40. Parendi e amici cari,
  41. E cca ng’è puru màmmata
  42. Chi havi quattr’anni amari.
  43. Ciangìtulu, ciangìtulu,
  44. Spusa, parenti e strani.
  45. O aceju virdi e giallu,
  46. chi bbeni di Turchia,
  47. Venisti mu cunzuli
  48. la famigghjeja mia.
  49. Gioia! Ca non è bberu,
  50. Chi tuttu è fauzità:
  51. Ahi! Chistu gran doluri
  52. A mia mi atterrerà!
  53. Chi ngi vorrìa a ‘stu giùvani
  54. Sta ‘randi matinàta,
  55. Vorrìa ‘nu lettu ngammara,
  56. E ‘na vera acqua stijàta.
  57. Chi ngi vorrìa a ‘sta giùvana:
  58. Na ‘randi matinata (per piangerla);
  59. Ngi vorrìa facci dìscula (sensibile al dolore),
  60. Capìji ‘na volata (per strapparli).
  61. Chistu no fussi trìvulu
  62. Mu si fa all’assettata;
  63. Ngi vorrìa forti giùvani
  64. Tutti a la scapijàta,
  65. Mu fannu pe ‘stu giùvani
  66. Capìji a ‘na volàta,
  67. Certu ch’era ‘nu giùvani
  68. Di ‘randi nominàta.
  69. Ciàngilu, spusa, ciàngilu,
  70. E cchjù no l’aspettari,
  71. Ca no lu vidi a spùsata
  72. A tavola a mangiari,
  73. A nuja festa nobili,
  74. No a Pasca, no a Natali,
  75. Pecchì nescìu di l’èrrama (casa)
  76. E jiu pe mai tornari.
  77. O spusa scundendissima,
  78. Tu cchjù no l’aspettari;
  79. Petra d’ arredu jèttati,
  80. E ciangi a mai posàri.






 
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