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In Calabria, anni addietro, si partoriva in casa. La partoriente veniva assistita da una donna “pratica” di esperienza, abitante nel quartiere o nota per la sua bravura in tutto il paese, detta in dialetto “a mammina”. Il parto era legato alle fasi lunari; se la luna non cambiava il parto non avveniva, anche se era scaduto il tempo. così dicevano le donne anziane. Le “mammine” (levatrici) erano due in tutto il paese, una per operai e pescatori, l’altra per gente di ceto sociale più elevato. Il feto veniva chiamato “l’anima” e. una volta venuto alla luce, era un accorrere in quella casa di tutta la gente del vicinato la quale andava a felicitarsi, ma anche, com’era abitudine, a “squadrare” il bambino e imprimersi bene in mente le sue fattezze che sarebbero state poi oggetto di pettegolezzo presso le amiche che avrebbero chiesto comera se bello o brutto. Com’è ovvio, ognuno diceva la sua: “assimigghja ò patri, ma havi l’occhji d’‘a mamma, i ricchji d’‘u ziu”. E così si accendeva una discussione che, spesso, finiva in litigio vero e proprio perché la somiglianza diventava il pretesto per una vicina di casa che aveva del “lievito antico” con un’altra per attaccare brighe. Se si trattava di un primo figlio maschio, per tradizione inderogabile, egli avrebbe avuto il nome del nonno, cioè il nome dell’avo paterno, dell’avo materno, se trattavasi di un secondo.

Così avrebbe avuto il nome dell’ava paterna se era la prima femminuccia e quello dell’ava materna se era la seconda. Per il resto, massima libertà, sempre però nel rispetto dei parenti più prossimi che, per consuetudine, si dovevano “rinnovari” cioè far sempre rivivere in seno al parentato. L’alimentazione del dopo parto consisteva in camomille, almeno due al giorno, olio di ricino e l’immancabile brodo fatto con “‘i picciuni” di colomba, la gallina, o il merluzzo. Dopo questo pranzo, non certo lauto, “debolezza’ e vertigini erano assicurate, per cui la puerpera stava per giorni a letto, a meno che non si trattava di famiglia numerosa e senza assistenza. In questo caso la donna si alzava appena possibile per assistere marito e figli e per lavare montagne di panni sotto cascate di acqua gelida. Il bimbo, nato con i dentini, era accreditato di una buona fortuna nella vita. La nascita di un maschio veniva accolta con più gioia poiché, da grande, poteva lavorare e dare più aiuto alla famiglia. Per lui, a dodici anni, era già pronto il libretto d’imbarco poiché, il lavoro da marittimo generalmente bene rimunerato, era pane sicuro per tanti pizzitani. La nascita di una donna voleva dire, invece, una bocca in più da sfamare, responsabilità e una dote da donare. I bambini appena nati, qualora si trattava di maschi, non avrebbero dovuto piangere a lungo per evitare che lo sforzo del pianto potesse causare loro un’ernia inguinale. Alle femmine era concesso piangere perché avevano più possibilità anatomiche di eliminare l’aria. I nati erano ancora soggetti a due pericoli, entrambi gravi e da combattere:”‘u discenzu” e “l’òcchju”.”‘U discenzu” l’eclampsia infantile malattia convulsiva, spesso letale, che colpisce i bambini e le puerpere con perdita dei sensi durante il parossismo e con affezione alle membrane del cervello onde sembra ai pazienti di vedere brillare dinanzi agli occhi sprazzi di luce e scintille o. come il volgo dice, veder le stelle) colpiva soprattutto i neonati. i quali diventavano neri, strabuzzavano gli occhi e rapidamente morivano. Contro il malocchio si legava un sacchettino di stoffa a forma di cuore con una spilla da bàlia “spilla americana” e si cuciva sulle fasce. Esso conteneva pezzettini di sale, incenso, foglie d’ulivo e di palma. Chi tagliava le unghie per la prima volta ai “vavarèji” (neonati) diveniva comare o compare; in mano, come augurio, si facevano tenere dei soldi come auspicio di un buon avvenire. Se per la prima volta il bambino si recava in casa di un’amica, questa doveva regalargli qualcosa: biscotti, cioccolata; altrimenti il piccolo avrebbe lasciato in giro per casa i “suriceji”, (i topolini). così voleva la tradizione. Bisognava battezzare i neonati non oltre l’ottavo giorno, altrimenti, se morivano, andavano a finire “nd’ 6 limbu”. Ai piedi dei bambini non battezzati, dopo la morte, venivano messi dei plantari (solette di cartone) poiché era credenza che dovessero superare le lingue di fuoco dell’ inferno indenni, cioè senza bruciarsi la pianta dei piedi. Nella Divina Conimedia di Dante il “limbo” è il primo cerchio dell’inferno, dove dimorano le anime dei defunti innocenti ai quali manca il battesimo per poter entrare in Paradiso; venivano anche chiamati “turchi”, perché non ancora cristiani. Per il battesimo i bambini erano vestiti di bianco, simbolo dell’innocenza, adornati di trine, merletti e cuffietta, indipendentemente dal sesso. La levatrice che portava il neonato fino al fonte battesimale, lo reggeva sul braccio destro, se maschio, sul braccio sinistro, se femmina. Vestiva per l’occasione abiti di gran gala, carica di gioielli, tant’è che ancora oggi a Pizzo. le donne che vestono con abiti appariscenti, vengono apostrofate con questo detto: “Co,nu r’acconàsti? Pari ‘na mammina!”. I neonati venivano avvolti in fasciature dette “sàccini”: sopra gli veniva infilata “‘a cammisèja” (la camicina) di cotone. “i pannì.zi”, i pannolini li avviluppavano e li rendevano immobili. Avvolgeva il tutto. infine, una fascia lunga tre metri e larga venti centimetri, che arrivava fin sotto la vita, facendo assomigliare quei bambini a grossi salsicciotti. con grande disagio degli stessi. Le culle di legno erano piccole e a dondolo, con tendine di merletto per non far penetrare la luce, separate da un fiocchetto su cui era appeso un campanello che suonava al minimo movimento per distrarli e non farli piangere. Allattava- no anche fino a sei anni; e non era raro vedere la mamma sferruzzare seduta sull’uscio di casa e il piccolo che, intento a giocare, si allontanava per poco tempo dagli altri bambini per andare, rimanendo in piedi, a succhiare dal seno che la donna esponeva senza vergogna. Potenza della maternità che liberava la donna dall’obbligo di tenere gelosamente nascosta questa parte del corpo! Svezzato, veniva nutrito con pane cotto nel latte addolcito con il miele. Per non farlo piangere gli si metteva in bocca”‘u sizzu”, una specie di ciucciotto formato da una pezzuola di lino con dentro dello zucchero. Quando il bambino diveniva inquieto e capriccioso, la mamma gli incuteva paura facendo dei rumori o buttando a terra qualcosa; tutto il fracasso veniva attribuito dalla madre al bau” oppure al “babbalutu”, figure misteriose ed inventate per spaventano; oppure al “pappù” (pappus) vecchio.
E la vecchia tradizione delle “làmie tessàli” che, secondo la credenza antica. giravano di notte in cerca di ragazzi per succhiare il sangue e divorarli. Per fare stare buoni i bambini le mamme cantavano ingenue e dolci cantilene. Di qualcuna di esse, anche se con difficoltà, siamo riusciti a ricostruire la versione originale.

 

  1. Bellu lu mari e bella la marina
  2. Bellu è ‘stu figghju mio quandu camina.
  3. Bellu lu mari e belli puru ‘i pisci
  4. Bellu ‘stu figghju mio quando mi crisci.
  5. Passa l’acèju e pìzzica la rosa
  6. Bellu ‘stu figghju mio chi si riposa
  7. Ammenzu 6 mari ng’è nu pratu ‘i menda
  8. Bellu ‘stu figghju mio chi s ‘addormenda.


Procreare subito figli era prova di fertilità e, se non venivano, la colpa era attribuita a uno dei due coniugi. Dell’uomo si diceva “ca non era bbonu”, cioè definito “cuvatusu” (non in grado di procreare) per cui talejattura era vissuta come motivo di vergogna, di perdita di valore sociale. Un proverbio molto comune così sentenziava: “Quandu l’arburu no frutta, tàgghjalu d’‘i pedi”. Quando la colpa della mancata procreazione veniva attribuita alla donna, la cosa era più grave, perché fare figli era il suo compito primario che legittimava la sua esistenza o ne causavano la perdita d’identità. L’aborto non era consentito, siccome ritenuto peccato mortale. Quando, raramente, qualcuna si sottoponeva a tanto, la pratica avveniva clandestinamente e con mezzi rudimentali: ferri di calza, bagni di acqua bollente, spesso con gravissime conseguenze per la salute della donna.
Le famiglie erano numerose, i figli tanti, sette, dieci, dodici, diciotto. Si suppone che tanta prolificità a Pizzo è da attribuire ai bagni di mare che favoriscono la fecondità. Oggi queste usanze, con annessi rituali, sono scomparse. Si nasce in ospedale, quindi è diminuita la mortalità; si mangia dopo il parto, cannelloni e roastbeef, il corredino dei neonati è di buona marca e studiato per farli stare comodi e caldi.

 

 

 

 
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