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La prima delle figlie a sposarsi doveva essere la maggiore e via via tutte le altre. Invertire in qualche modo, l’ordine, significava far perdere alla prima la possibilità di sposarsi bene, vale a dire, di fare un buon matrimonio. La strategia più diffusa, soprattutto fra i poveri, era quella di fare il matrimonio doppio, detto “dubbru”, termine, questo, che definiva il matrimonio incrociato (fratello-sorella, sorella-fratello) ancor più che quello tra due fratelli e due sorelle, di fatto più raro. Il padre aveva potere assoluto sulla figlia la quale doveva sposare spesso un uomo, senza amore, per il solo motivo economico senza che lei potesse opporsi alla “di lui” volontà; unico desiderio del padre era “m’‘a vidi assettata a ‘na bona sèggia “, vederla seduta su una buona sedia, “cioè sistemata bene”. Questo perché la donna viveva in una posizione subordinata rispetto all’uomo. Questa, una volta liberatasi con il matrimonio dalla tutela del padre, passava sotto quella del marito e. in mancanza di entrambi, sotto quella dei parenti più stretti. Quando non era il padre, erano alcune donne anziane del paese che accordavano questi matrimoni “cumbinati” (combinati) con la complicità sempre dei genitori. Il giovane veniva accettato se presentava, come garanzia, il possesso del libretto d’imbarco già pronto. La donna anziana, che faceva d’ambasciatrice, si portava dietro esperienze di mediazione e sapeva che, se avesse concluso l’affare, avrebbe ricavato dai genitori della ragazza ricompense come caffè, olio, zucchero, uova, ecc. Per convincere ancora di più la giovinetta ad accettare il “promesso sposo”, cercava di decantame le doti, e così le tesseva: “Pigghjatillu, ca è nu bellu giùvani; havi ‘na capijera rizza e ‘na pinna mbettu “. Prenditelo per marito questo bel giovane, che ha i capelli ricci (allora sinonimo di bellezza) e la penna in petto (che vuol dire che sa scrivere, quindi non è del tutto ignorante). I promessi sposi, in presenza dei genitori, sedevano di fronte e si scambiavano i primi sguardi ravvicinati con qualche imbarazzato sorriso. Se poi la ragazza stava zitta e con gli occhi bassi, meglio ancora: l’eccessiva modestia e docilità costituivano indizi rivelatori di una buona educazione. Ma, nonostante la vigilanza della figura paterna, che incuteva timore, una vecchietta, ormai avanti negli anni, ci ha raccontato che “carizzi e toccatini”, carezze ed effusioni, sotto il tavolo, non mancavano lo stesso, né qualche bacio, dato nella penombra della stanza senza luce, complice “u lumarìcchju” (il lume).
La donna usciva raramente “u pedi chi caminàu malanòva a casa portàu” così ammoniva questo antico detto; ma era concesso di andare in chiesa o fare visita ai parenti. Quindi, per un giovane, l’unico modo per manifestare il suo amore era quello di andare sotto la finestra dell’amata e fare la serenata, al chiaro di luna, con mandolini, chitarre e violini. Gli orchestrali spesso erano amici del giovane, in caso diverso, venivano pagati. La ragazza difficilmente si affacciava, gustava quelle note melodiose rimanendo a letto o “arredu 6 finestrali” (dietro le imposte). Non era decoroso affacciarsi ad esprimere il suo gradimento. Tutto il vicinato veniva svegliato, in quelle notti nere come pece, rischiarate solo dal flebile chiarore delle lampade a gas. Quella musica risuonava forte nell’aria; penetrava dalle fessure delle finestre o dei balconi delle case per entrare dolce dolce nelle orecchie di chi era in dormiveglia o nel cuore del sonno, provocando forti emozioni o dolci sensazioni. Ma la vita grama di un tempo costringeva ad andare a letto presto, perché ci si doveva alzare nel cuore della notte per andare a lavorare; quindi, per molti quella musica, invece di un piacere era disturbo. Se la serenata non era gradita non mancavano “grasti” (vasi di fiori) sulla testa o docce di acqua gelata in pieno inverno.
Molto belli e significativi erano certi canti d’amore Pizzitani.




Eccone uno che, con certosina pazienza, siamo riusciti a raccogliere, sparsi come sono in giro per tutta la Calabria.

 

  1. Bella figghjòla cu ‘ssi ricci ‘ndornu,
  2. Tu non lu vidi ca mi fai muriri?
  3. La notti mi fai pèrderi lu sonnu,
  4. Lu jòrnu senza cori mi fai jìri,
  5. Megghju la notti pèrderi lu sonnu
  6. E non lu jornu senza cori jìri.


Nei rari casi in cui il fidanzamento veniva rotto, per cause non dipendenti dalla volontà del fidanzato, ma solamente per motivi d’interesse, o perché il padre della ragazza faceva intendere di non poter mantenere le promesse fatte; “le cose” si guastavano e il fidanzamento “si ruppìa”, andava a monte.
In questo caso il canto, detto di “sdegnu”, era pieno d’odio e di disprezzo. Quando questo canto era una offesa per tutta la famiglia, uscivano allo scoperto i fratelli per vendicare l’offesa, molte volte anche in modo cruento.
Riproponiamo uno dei tanti canti di “sdegnu” che siamo riusciti a raccogliere.

 

  1. Nui tandu, beja mia, facimu paci.
  2. Quandu a lu mbernu mèndunu li cruci,
  3. Quandu la stuppa divenda bambaci
  4. E l’acqua di lu mari si fa duci.
  5. Vorria mu ti lu dicu e non vorria,
  6. Vorria mu ti lu ndùssicu stu cori,
  7. ca chistu chi pigghjàsti pe’ maritu,
  8. Di l’acqua ‘u cacciàru li hjaloni;
  9. Si non lu tocchi tu mangu si inoi’i.


Per la donna, il periodo di fidaiizamento. pur con tutte queste restrizioni, era il più bello della sua vita. Corteggiata dal futuro sposo, rispettata dai familiari, poteva concedersi qualche innocente desiderio ed aprire qualche spiraglio ai sogni.
Ma, col matrimonio, queste timide aperture svanivano come per incanto. La ristrettezza economica, l’esigenza di accudire nidiate di bambini la invecchiavano e la facevano sfiorire anzi tempo. Quindi, addio sogni e speranze!
Della dote si parlava e si discuteva con puntiglio; poteva essere di 20-30- 40 capi di biancheria, secondo la situazione economica della famiglia: “A’ levàu a 30”,si diceva in giro per indicare che 30 erano stati i capi di biancheria che essa aveva portato in dote. La dote “cungrudiri “, (cioè concludere) veniva esposta una settimana prima del matrimonio appesa a delle corde in una o più stanze, dove facevano bella mostra lenzuola con merletti fatti a “tombolo”, ricamate dalla ragazza nelle lunghe giornate d’inverno; tovaglie da tavola a “punto a croce”, coperte damascate, scarpe, borsette, orecchini, anelli, cappotti, vestaglie, perfino l’ombrello e la coroncina del rosario: sembrava un grande bazar! E c’era chi, a costo d’indebitarsi se la giovane andava a genio alla famiglia dello sposo, offriva alla fidanzata “u cuncertu” si trattava di un completo in oro: bracciale, coliere, orecchini, e anello della stessa foggia, possibilmente decorati da pietre preziose (topazio, acquamarina, rubino). Ancora oggi le donne pizzitane amano adornarsi di gioelli. Tutta questa roba veniva trascritta in una pergamena detta “piuàci” e, alla presenza dei genitori dello sposo, veniva letta da una donna “garbata” del quartiere che si prestava a questi servizi e che sapeva leggere e scrivere. Nella parola “garbata” sono racchiusi molti significati, rispettata, capace di dare buoni consigli, insomma tenuta in considerazione.
Una donna ritenuta oltremodo “garbata”era anche la levatrice di famiglia, accettata peraltro come un auspicio di sicure nascite.
‘U pittaci” così iniziava: In nome di Gesù e di Maria, i coniugi Maria e Giorgio Tàmbita lasciano in dote... e così via. Se alla dote promessa mancava all’appello il solo “pistuni” (il pestello del mortaio), addio fidanzamento!
In tempi nei quali mangiare e vestire ed avere un letto costituivano un grosso problema, non si poteva sorvolare su cose che oggi sembrano di secondaria importanza. Anticamente (1700-800) “u pittaci” veniva stipulato dalle famiglie più agiate, per contratto, alla presenza di un notaio. L’uomo doveva comprare alla ragazza il vestito da sposa e tutti i mobili per la casa, e pagare la festa del matrimonio. A Pizzo quest’usanza è scomparsa perché, i giovani d’oggi, più pratici nel risolvere certi problemi, dicono:
“cu’ nd’havi, ndi caccia”. Paga la spesa del matrimonio chi ha soldi; non ha importanza, se l’uomo o la donna.

 

 

 
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