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“U Salùni (La bottega del barbiere) PDF Stampa E-mail
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“‘U salùni”, la bottega del barbiere, costituiva uno spazio sociale importante, perché era luogo di iniziazione dei giovani al mondo degli adulti e di integrazione degli stessi a tale mondo. Era punto di confluenza e di ritrovo. La bottega era così arredata: due poltrone con poggiatesta per eseguire il lavoro (barba, capelli), specchi rettangolari sopra lavandini bianchi, sedie per l’attesa, calendari, spesso con immagini erotiche, un attaccapanni. Vi lavoravano due persone, il proprietario e un apprendista.
Ci si andava durante il giorno, ma soprattutto, verso il tramonto. Andavano uomini, giovani, ragazzi, marittimi, impiegati, studenti, lavoratori. Ci si andava senza bisogno di alcuna motivazione; si entrava, si salutava e ci si sedeva. Si parlava di politica, di navi, ma si poteva anche non parlare, stando insieme, scambiando soltanto qualche parola ogni tanto. Si poteva restare a lungo, ma anche pochi minuti. Questo era lo spazio del riposo, della pausa, della sospensione dalla tensione del lavoro. In questo posto ci si fermava, qui era possibile il silenzio e il silenzio come la parola significava ritrovarsi nel noto. Era, anche per i giovani, l’incontro di esperienze diverse; ascoltavano i naviganti parlare dei loro viaggi lontani, di un mondo di cui studenti e impiegati non avevano mai fatto parte, preferivano, però, anche tacere, così imparavano a stare tra uomini. Qui era facile l’ironia, lo scherzo tra giovani e adulti; si inventavano soprannomi, si parlava di sesso, veniva passato al setaccio tutto il paese nei suoi avvenimenti buoni e cattivi. Si sapeva in anticipo tutto su tutti: chi era morto, chi si sposava, chi era scappato in fuga galante e, inoltre, circolavano notizie ovattate sui tradimenti più segreti.

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Le Prefiche PDF Stampa E-mail
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Un tempo c’erano le “prefiche”, dette “ciangiulìni” le quali, a pagamento, scioglievano i lunghi capelli e piangevano alternando le lodi dell’estinto con singhiozzi e grida. Esse si trovavano soprattutto a Pizzo, tanto che ancora oggi il popolo dice: “Ngi volarènu deci pizzitani a pagamendu mu ti ciàngiunu”. Arte che i pizzitani ereditarono, ma che già era in uso sin dai tempi remoti presso i seguenti popoli della fascia mediterranea: Egiziani, Greci, Spagnoli, Israeliani, Albanesi, Siriani, Fenici, Palestinesi, Corsi, Campani, Lucani e Càlabri. A seconda, infatti, dei luoghi, le donne, chiamate a cantare la bara e l’elogio del morto, venivano indicate con vari nomi: Repitatrici, Computatrici, Voceratrici. Vari sono anche i nomi con i quali vengono indicati i canti: Rèpitu, Tribolo, Naccarato, Titio.
Le prefiche prezzolate parlavano in nome dei parenti intimi e rievocavano i fatti più salienti o più commoventi della vita del defunto.”‘I ciangiulini” venivano ricompensate con doni o con denaro. I canti venivano generalmente eseguiti nelle case dei popolani, dove l’estinto aveva lasciato un gran vuoto in seno alla famiglia; meno frequenti erano invece nelle case di personaggi illustri. A volte il ruolo di prefica veniva assunto direttamente dalla vedova, dalla figlia, dalla madre, o da un’altra persona intima del defunto, o una donna del luogo adusa a queste prestazioni. Le prefiche si preparavano alle loro funzioni sciogliendosi i capelli sulle spalle e sul petto con gesti mimici e gridando ad alta voce, prima si “forijavanu” (gesta di disperazione) da sembrare invasate a guisa delle baccanti (sacerdotesse invasate e agitate da Dionisio), poi tessevano, potremmo dire, l’elogio funebre tra canto, lamenti ed alte grida di disperazione.
Anticamente le prefiche non si limitavano al solo piangere e lodare il defunto, ma si accompagnavano al suono della tibia ed, in Sicilia, con il timpano e la cetra saltando intorno alla bara.
Citiamo alcune frasi che spesso le donne di Pizzo intercalavano tra un lamento, un pianto, un singhiozzo. “Volasti comu ‘n’‘acèjù “, “ti ndi jìsti ‘a ‘na volàta”, “si sbacandàu ‘na casa”.
Nel “rèpitu” la vedova così si rivolgeva al marito: “Cumandandi”, “Principi”, “Culonna”, “Cosa ‘randi”, Cumbagnu mio, tu ti scordasti di tutti!” E la figlia “Patrima; comu fu ca mi dassasti a ‘na vota?”. E la madre:
“Fìgghjuma, rispundi a mammata ‘n’atra vota sula!” Spesso questi canti sfociavano in manifestazioni isteriche; le donne si gettavano a terra e si graffiavano il viso fino a farlo sanguinare; usanze di Pizzo ad imitazione delle tragedie greche o dei personaggi di Omero.
A Pizzo la funzione delle prefiche seguiva e segue ancora l’iter antico dei funerali: accompagnare il morto fino all’ultima dimora. Le donne del nostro paese quasi come Andromaca che pianse a dirotto ed in modo inconsolabile la morte del caro e mitico Ettore, piangevano allo stesso modo la morte del loro congiunto, per esse padrone della casa e dei beni, eroe della vita e del lavoro. La moglie, rispetto a lui, era in condizione d’inferiorità e di dipendenza. Per non parlare delle tragedie sul mare; infatti a Pizzo toccavano l’apice della disperazione; in tal caso, le urla delle donne sembravano squarciare il cielo, come se volessero scuotere le stesse onde, aprire il petto per infilarsi nelle pieghe più recondite dell’animo e li impietrirsi per anni e anni. Un esempio dell’identità intrinseca e formale ditali funebri cantilene è dato dal riscontro di un frammento raccolto dal Conte Vito Capialbi nel 1847 in Pizzo che dice: “Dundi vinni ‘stu nùvulu? Vinni l’autu mari: trasiu di la finestra e ruppìu lu spicchjàli” !
I canti delle prefiche non seguono nessuna rima, ma sono di particolare interesse per la bellezza e vigorosità delle immagini, per la profondità dei sentimenti e per le espressioni di crudo realismo istantaneo. Le vedove per distinguersi portavano le trecce sulla testa e, anche dopo due, tre anni dalla morte del caro estinto, per far vedere che in quella casa c’era lutto, durante lo svolgimento di qualsiasi processione religiosa, si tiravano i capelli. Quello che i canti funebri, sia in Calabria come in Sicilia, hanno in comune, è l’assoluta mancanza di sentimento religioso. Perchè questa mancanza di religione? Il popoio crede fermamente che la morte è voluta da Dio, quindi, in quei momenti dolorosi, il cuore e la parola corrono piuttosto alla imprecazione che alla preghiera.
Dante ci è testimone che ai suoi tempi, a Firenze, si teneva il lutto come oggi si usa in Calabria. Egli racconta d’avere visto in sogno il corpo di una giovinetta «giacere senza anima in mezzo di molte donne, le quali piangevano assai pietosamente». A Roma le leggi delle Dodici Tavole proibirono alle donne di graffiarsi la faccia e stracciarsi i capelli. Contro di loro si è fieramente scagliato anche Giovanni Crisostomo in una Omelia e la chiesa le condannò e le scomunicò nei concilii Nemosiense del 1298 e Marciacense del 1326. E, come dice il Lumini, “le prefiche dunque ebbero a sostenere colla chiesa la stessa lotta che i mimi, ma, come questi, riuscirono a penetrare nei misteri (rappresentazione scenica di soggetto sacro, di solito in volgare) e li trasformarono in commedia, e, spesso in farse, così le “repitatrici” resistettero e vinsero; e se dipoi mancarono, ciò non avvenne per guerre loro mosse, ma pel cangiare dei costumi”.
Nè riuscì a ridurle al silenzio il grande e terribile Innocenzo III che, sottomessa all’autorità papale tutta l’Europa scomunicando l’incipiente libertà inglese, non riuscì a sottomettere le prefiche ai decreti dei concilii.
Nè più fortunate delle ecclesiastiche furono le podestà civili. Re Federico III minacciò di frusta le donne che seguissero il feretro urlando e strepitando; ebbene, quando egli morì, lo piansero e lo accompagnarono al sepolcro le repitatrici più note!
In modo molto clamoroso piangevano anni fa le repitatrici di Pizzo, tanto che attirarono su di loro la collera dell’autorità municipale.
Nel 1875, infatti, il sindaco di allora Comm. Marcello Salomone pensò di ridurle al silenzio con un’ordinanza che vietava tali manifestazioni. Ma anche il suo tentativo fu vano poiché le “ciangiulini “ a Pizzo perdurarono fino alla metà degli anni cinquanta.
Fissiamo, dunque, ricordo dei loro canti prima che si disperdano irreparabilmente e vadano perduti i concetti, le immagini, le similitudini generali ed indefinite di ciò che costituiva l’uso della “conclamatio” napitina. Bello nella sua tetraggine è questo canto di Pizzo edito dal Mele, nel quale parla un giovane marito, morto di recente, che si rivolge nell’oltretomba al padre.

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Il Rito Funebre PDF Stampa E-mail
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Il rito funebre a Pizzo fu sempre particolarmente sentito ed il rispetto ed il sentimento di sacralità per i defunti resta vivissimo anche oggi, pur se molte forme del rituale sono cambiate e le manifestazioni esterne non sono più quelle esasperate di un tempo.
Don! Don!: “E’‘u mortoru”. Al rintocco cupo delle campane che suonano a lutto, da finestre, balconi e strade fa eco come un celere tam-tam, il duetto di domanda-risposta: “Cu’ morìu?...”. -‘‘Morìu Mastru Cicciu ‘u cecatu ! “-
-“Ca, malatu era? Povarèju”, “c’ajèri ‘u vitti!”
Il lutto colpiva tutti i parenti, amici e conoscenti del defunto, coinvolgendo le famiglie del quartiere e l’intera popolazione se l’estinto era stato personaggio conosciuto per importanza sociale e civile nella comunità, oppure se la morte aveva stroncato qualcuno in giovane età, o a causa di malattia o per una disgrazia sul lavoro. Durante la veglia funebre si piangeva, ma anche si parlava e si raccontava; soprattutto, si ricordava. Si evocavano altre perso-ne scomparse in analoghe situazioni e si narravano episodi della loro vita, aneddoti tristi, ma spesso anche allegri; si raccontavano sogni, si parlava dei morti, dei loro ritorni nelle case, nei luoghi frequentati; si mettevano in comune, memorie, paure, esperienze: tutte tecniche di difesa, espressioni di solidarietà.
Era cura delle donne lavare e vestire il cadavere, preparare la casa per il lutto, vegliare il feretro e recitare il rosario. In queste circostanze si verificavano e si rinsaldavano, con parenti e vicini, alleanze e rapporti. Durante la veglia funebre si lasciava la porta socchiusa per consentire alle “anime dei defunti” di visitare l’estinto, com’era credenza. Lungo il percorso del corteo funebre ed in chiesa, a tratti si sentiva ‘forijàri”“‘u rèpitu”, dal latino repito (rievoco), pianto misto alle lodi, che “i ciangiulìni” (le mestieranti prèfiche) ,dietro compenso, facevano sentire con acuti lamenti, grida laceranti e strazianti, strappandosi anche i capelli e graffiandosi il viso con le unghie, fino a farlo sanguinare. L’usanza antichissima di Pizzo di tutti i suoi oggetti più cari. Per più giorni non s’accendeva il fuoco in casa e non si cucinava. I parenti e gli amici intimi, a turno, portavano nei tre giorni del lutto “u cùnzulu”, cioè un pranzo di consolazione per rifocillare le forze abbattute delle persone di famiglia. E’ il tradizionale banchetto funebre dei greci e dei latini (epulum funebre).
Gli uomini non si radevano la barba per quaranta giorni; questi portavano il cappello abbassato sugli occhi e camminavano col bavero alzato e la cravatta nera, oppure, portavano una piccola striscia di stoffa nera appuntata sul collo della giacca o sul braccio, come fascia. Le vedove portavano il lutto per anni e, dal momento che moriva qualcuno della famiglia per la donna sposata, il nero finiva col diventare l’unico colore che avrebbe indossato per tutta la vita. Il lutto era portato così stretto che le donne coprivano di stoffa nera perfino gli orecchini. Il capo veniva avvolto da uno scialle nero di pizzo traforato, “u capurru”. Se, poi, il lutto era molto stretto, (morte di figli o mariti) si usava indossare “‘u crespu”, velo non traforato, calato sugli occhi. Veniva sospesa per più giorni l’attività lavorativa di familiari e parenti stretti. I drappi più appariscenti, le coperte di seta, ricami vistosi, gli abbigliamenti, venivano rinchiusi in capaci bauli ed ivi restavano celati per anni. Sarebbe stato grosso scandalo usare quegli inutili ornamenti! Ornamento e colore dovevano scomparire per sempre! D’altronde, sarebbero stati inutili sotto un costume che mostrava della donna appena il viso. La cassa, generalmente gallonata d’oro, si poneva, col trapassato, su due piedistalli addobbati con damaschi di seta scura.

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Il Matrimonio PDF Stampa E-mail
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“Di vènnari e di marti non si spusa e non si parti “. Quindi, i giorni stabiliti per le nozze erano il Sabato e la Domenica. Quanto ai mesi, maggio era escluso perché dedicato alla Madonna ma anche perché nello stesso mese “ràgghjanu i ciucci”, cioè ragliano gli asini. Novembre, dedicato ai defunti, non incoraggiava alla letizia che ogni matrimonio procura.
Anche la Quaresima era «tempo proibito» per i matrimoni, come prescriveva la chiesa. Il vestito bianco, simbolo di purezza e di candore, veniva confezionato “d’‘a maistra” (dalla sarta). Se facciamo un salto indietro nel tempo e ci portiamo ai primi anni del secolo, vediamo che il vestito della sposa aveva caratteristiche diverse dalle attuali: le foto, ancora conservate, lo testimoniano. Il vestito del tempo. confezionato con stoffa damascata e sobriamente colorata, era guarnito di trine e merletti nel colletto, sul corpetto e sulla gonna plissettata che lambiva i talloni. Il corteo, pittoresco e pomposo, somigliante a una vera e propria processione, partiva a piedi dalla casa della sposa per recarsi alla chiesa.
Questa, come voleva la tradizione, veniva portata a braccetto dal padre che, se mancava, veniva sostituito dal fratello maggiore. Lo sposo, invece, veniva accompagnato dalla madre. Gli sposi nel corteo erano seguiti dalla prima “spalla”: parenti molto stretti, cognati di lei o di lui, i quali, per tradizione, dovevano essere i più eleganti ed appariscenti. La prima del corteo portava solitamente, sopra un vestito nero lucido, una pelliccia di volpe con tanto di muso, occhi di vetro e una lunga coda ed era carica di gioielli; completava il tutto con la borsetta ed i guanti. Lui era delegato ad indossare il classico vestito nero e la camicia bianca.
Dietro la prima spalla seguiva la seconda: sempre parenti, ma meno stretti; via via la terza e la quarta che, alla fine, potevano essere anche solo amici molto intimi.

 

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Il Fidanzamento PDF Stampa E-mail
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La prima delle figlie a sposarsi doveva essere la maggiore e via via tutte le altre. Invertire in qualche modo, l’ordine, significava far perdere alla prima la possibilità di sposarsi bene, vale a dire, di fare un buon matrimonio. La strategia più diffusa, soprattutto fra i poveri, era quella di fare il matrimonio doppio, detto “dubbru”, termine, questo, che definiva il matrimonio incrociato (fratello-sorella, sorella-fratello) ancor più che quello tra due fratelli e due sorelle, di fatto più raro. Il padre aveva potere assoluto sulla figlia la quale doveva sposare spesso un uomo, senza amore, per il solo motivo economico senza che lei potesse opporsi alla “di lui” volontà; unico desiderio del padre era “m’‘a vidi assettata a ‘na bona sèggia “, vederla seduta su una buona sedia, “cioè sistemata bene”. Questo perché la donna viveva in una posizione subordinata rispetto all’uomo. Questa, una volta liberatasi con il matrimonio dalla tutela del padre, passava sotto quella del marito e. in mancanza di entrambi, sotto quella dei parenti più stretti. Quando non era il padre, erano alcune donne anziane del paese che accordavano questi matrimoni “cumbinati” (combinati) con la complicità sempre dei genitori. Il giovane veniva accettato se presentava, come garanzia, il possesso del libretto d’imbarco già pronto. La donna anziana, che faceva d’ambasciatrice, si portava dietro esperienze di mediazione e sapeva che, se avesse concluso l’affare, avrebbe ricavato dai genitori della ragazza ricompense come caffè, olio, zucchero, uova, ecc. Per convincere ancora di più la giovinetta ad accettare il “promesso sposo”, cercava di decantame le doti, e così le tesseva: “Pigghjatillu, ca è nu bellu giùvani; havi ‘na capijera rizza e ‘na pinna mbettu “. Prenditelo per marito questo bel giovane, che ha i capelli ricci (allora sinonimo di bellezza) e la penna in petto (che vuol dire che sa scrivere, quindi non è del tutto ignorante). I promessi sposi, in presenza dei genitori, sedevano di fronte e si scambiavano i primi sguardi ravvicinati con qualche imbarazzato sorriso. Se poi la ragazza stava zitta e con gli occhi bassi, meglio ancora: l’eccessiva modestia e docilità costituivano indizi rivelatori di una buona educazione. Ma, nonostante la vigilanza della figura paterna, che incuteva timore, una vecchietta, ormai avanti negli anni, ci ha raccontato che “carizzi e toccatini”, carezze ed effusioni, sotto il tavolo, non mancavano lo stesso, né qualche bacio, dato nella penombra della stanza senza luce, complice “u lumarìcchju” (il lume).
La donna usciva raramente “u pedi chi caminàu malanòva a casa portàu” così ammoniva questo antico detto; ma era concesso di andare in chiesa o fare visita ai parenti. Quindi, per un giovane, l’unico modo per manifestare il suo amore era quello di andare sotto la finestra dell’amata e fare la serenata, al chiaro di luna, con mandolini, chitarre e violini. Gli orchestrali spesso erano amici del giovane, in caso diverso, venivano pagati. La ragazza difficilmente si affacciava, gustava quelle note melodiose rimanendo a letto o “arredu 6 finestrali” (dietro le imposte). Non era decoroso affacciarsi ad esprimere il suo gradimento. Tutto il vicinato veniva svegliato, in quelle notti nere come pece, rischiarate solo dal flebile chiarore delle lampade a gas. Quella musica risuonava forte nell’aria; penetrava dalle fessure delle finestre o dei balconi delle case per entrare dolce dolce nelle orecchie di chi era in dormiveglia o nel cuore del sonno, provocando forti emozioni o dolci sensazioni. Ma la vita grama di un tempo costringeva ad andare a letto presto, perché ci si doveva alzare nel cuore della notte per andare a lavorare; quindi, per molti quella musica, invece di un piacere era disturbo. Se la serenata non era gradita non mancavano “grasti” (vasi di fiori) sulla testa o docce di acqua gelata in pieno inverno.
Molto belli e significativi erano certi canti d’amore Pizzitani.




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La Nascita PDF Stampa E-mail
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In Calabria, anni addietro, si partoriva in casa. La partoriente veniva assistita da una donna “pratica” di esperienza, abitante nel quartiere o nota per la sua bravura in tutto il paese, detta in dialetto “a mammina”. Il parto era legato alle fasi lunari; se la luna non cambiava il parto non avveniva, anche se era scaduto il tempo. così dicevano le donne anziane. Le “mammine” (levatrici) erano due in tutto il paese, una per operai e pescatori, l’altra per gente di ceto sociale più elevato. Il feto veniva chiamato “l’anima” e. una volta venuto alla luce, era un accorrere in quella casa di tutta la gente del vicinato la quale andava a felicitarsi, ma anche, com’era abitudine, a “squadrare” il bambino e imprimersi bene in mente le sue fattezze che sarebbero state poi oggetto di pettegolezzo presso le amiche che avrebbero chiesto comera se bello o brutto. Com’è ovvio, ognuno diceva la sua: “assimigghja ò patri, ma havi l’occhji d’‘a mamma, i ricchji d’‘u ziu”. E così si accendeva una discussione che, spesso, finiva in litigio vero e proprio perché la somiglianza diventava il pretesto per una vicina di casa che aveva del “lievito antico” con un’altra per attaccare brighe. Se si trattava di un primo figlio maschio, per tradizione inderogabile, egli avrebbe avuto il nome del nonno, cioè il nome dell’avo paterno, dell’avo materno, se trattavasi di un secondo.

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